• 18 Ottobre 2020
  • Simone Tonello
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Ho visto The Social Dilemma. Alla fine ho ceduto. 

Non amo molto film/documentari sul mondo digitale e social. 

Penso di essere troppo dentro l’argomento e di finire inevitabilmente condizionato nel giudizio finale.

Tuttavia non mi ritengo un estremista entusiasta del digitale. Per lo meno non più 😉

L’esperienza e la curiosità nel cercare di conoscerne a fondo le dinamiche, il vivere questa piattaforme quotidianamente per professione, mi hanno insegnato nel tempo a mantenere una prospettiva più equilibrata (o almeno a provarci).

Sia che si tratti di un social, una funzionalità, una piattaforma che adoro o che detesto, sto faticosamente imparando a fare un passo indietro per considerare il quadro d’insieme.

Ecco allora che proverò a raccontarti cosa personalmente mi è piaciuto di più o cosa meno di questo documentario.

Prima di iniziare, un piccolo consiglio: prova a guardarlo in lingua originale, magari con l’aiuto dei sottotitoli, ne assaporerai meglio alcune sfumature.

The Social Dilemma: cosa mi è piaciuto

Parto subito con gli aspetti che ho apprezzato.

Finalmente algoritmo

Finalmente sento parlare di algoritmo, di uno strumento che regola la distribuzione dei contenuti nelle piattaforme social.

Tralascio il modo in cui è stato presentato (ne parlerò più avanti) ma ho apprezzo che si sia parlato finalmente di ciò che sta dietro allo schermo.

Il tuo feed di Facebook o YouTube è diverso da quello dei tuoi genitori, del tuo/a fidanzato/a, dei tuoi amici.

I contenuti sono distribuiti in maniera differente a seconda di un’infinità di variabili che ci qualificano agli occhi dell’algoritmo.

Psicologia ed educazione

La seconda cosa che ho apprezzato è l’attenzione all’aspetto della psicologia umana.

Ho apprezzato l’approfondimento sul potere delle notifiche e sul telefono come “estensione” del corpo umano.

Mi è piaciuto il riferimento alla “no look generation”, all’eccessiva tendenza di mantenere fissi gli occhi sullo schermo invece che assaporare ciò che ci circonda.

Importante anche l’aver sottolineato il ruolo che possono (e dovrebbero) avere famiglia e genitori nell’educare i più giovani all’utilizzo della tecnologia.

Produzione e “confezionamento”

Il montaggio, la narrazione, il modo in cui il documentario è confezionato è sicuramente affascinante. 

La scelta dei “characters”, dei personaggi intervistati è sicuramente studiata nel minimo dettaglio.

Non parlo solo delle “voci narranti” ma anche dei professionisti esterni: location, abiti, inquadrature… nulla lasciato al caso.

Per non dire della rappresentazione “umana” dell’algoritmo che guida le piattaforme e la gestione dei suggeriti.

Per concludere con la meta-narrazione della vita del protagonista del “film” nel documentario.

Cosa non mi è piaciuto

Veniamo a qualche nota nolente, perlomeno per me.

Coerenza questa sconosciuta

Ecco. La prima nota negativa (e non di poco conto) è la coerenza. 

Netflix produce un documentario di denuncia a Facebook e Google criticando le strategie di comunicazione che lui stesso utilizza.

I suggeriti del catalogo non sono forse regolati da un algoritmo che ha come obiettivo quello di tenerti incollato alla piattaforma per più tempo possibile?

Le mail su nuove uscite o titoli che ti potrebbero piacere, le richieste di valutare un contenuto, la comunicazione sui social, il retargeting.

Netflix non utilizza forse gli stessi trigger psicologici e di persuasione utilizzati dalla maggioranza dei marketer? 

Mai sputare nel piatto in cui si è mangiato

Un’altra cosa che non ho gradito particolarmente sono alcuni interventi degli intervistati.

Escludiamo ricercatori e professori… ma investitori? Responsabili di reparto? Capi programmazione?

Comprendo che nel tempo ci si accorga che magari non è tutto oro quel che luccica e che si possano aver fatto scelte professionali discutibili.

Ma sparare così a zero su aziende che penso non li abbiamo retribuiti solo a noccioline e drink energizzanti è l’unico modo per far sentire la propria voce?

E tu cosa puoi fare?

Come ti ho detto qualche riga fa, trovo positivo che si sia parlato di algoritmi.

Su come funzionino le piattaforme, sulle dinamiche dei social credo ci sia ancora troppa poca attenzione (spesso anche dagli addetti ai lavori, purtroppo).

Nei miei corsi base per liberi professionisti mi accorgo spesso come queste logiche siano davvero sconosciute alle persona comune ma anche a un professionista o imprenditore non appassionato della materia.

Penso sia importante approfondire ad esempio il meccanismo dei suggeriti e dei contenuti consigliati nei vari feed ma mi è dispiaciuto che non ci si sia soffermati sul cosa un utente può fare per poterli indirizzare e “organizzare” meglio la sua fruizione della piattaforma.

Come scegliere le fonti, come gestire al meglio le interazioni, come segnalare fake news o riconoscere notizie reali: di questo si è parlato poco o nulla.

Si è parlato di pubblicità, di “aste”, di costi per click ma perché non si è spiegato dettagliatamente come funziona il nostro feed? Del ruolo della parte organica? Di come possiamo influenzarlo?

Da utenti abbiamo tutte le possibilità per personalizzare gran parte dei contenuti che compaiono sui nostri schermi: forse avrebbero dovuto spiegarlo meglio (ma mi rendo conto che l’obiettivo non fosse questo).

In conclusione…

Indagare gli aspetti della cultura digitale penso sia fondamentale.

Capire come funzionano le piattaforme ancora di più.

Parlare dei rischi di una sovraesposizione ai social o alla tecnologia, dei pericoli che si corrono, delle conseguenze delle nostre azioni online è essenziale per la società di oggi e per i giovani di domani..

Nel 2020 dobbiamo essere consapevoli che se vogliamo una “vita digitale” accettiamo il compromesso di fornire su di noi delle informazioni.

Ma lo facciamo anche quando andiamo in banca, quando la cassiera striscia la tessera punti al supermercato o quando banalmente entriamo in un negozio con la geolocalizzazione dello smartphone accesa…

Dobbiamo essere consapevoli e informati: questo deve essere il centro della riflessione.

I social network non sono il male assoluto né uno strumento perfetto.

Ma ricordiamoci una cosa fondamentale: i social sono popolati prima di tutto da persone.

Ci troviamo il nostro vicino di casa, la nostra panettiere di fiducia o il titolare del bar dove prendiamo il caffè tutti i giorni.

Penso che la strada da perseguire sia quella della consapevolezza, dell’educazione e della costruzione di un pensiero critico digitale ma non solo.

Per questo, se hai un attimo di tempo, ti consiglio di leggere anche la nota ufficiale di Facebook con le precisazioni su The Social Dilemma.

Non per prenderla come verità assoluta (perché già dal titolo capirai che i trigger psicologici sono sempre dietro l’angolo) ma per iniziare già da oggi ad ascoltare sempre le due campane e costruirti un’opinione più consapevole.

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