Il tema della fuga dei cervelli e dello stato dell’arte della ricerca in Italia è uno di quelli che nel nostro Paese si trascina da tanto tempo senza soluzione. Per questo motivo non mi stupisce il fatto che tanti ragazzi italiani si trovino quasi costretti ad andare all’estero alla ricerca di fondi e assegni di ricerca, per acquisire conoscenze, utilizzare laboratori o strumentazioni che altrimenti non riuscirebbero mai ad avvicinare nelle maggior parte delle strutture italiane.

Chi mi conosce sa che a questo tema ci tengo particolarmente e per questo sono felice di riportavi la mia intervista con Lorenza, che, oltre a essere la prima (e anche unica direi) ragazza con cui ho ballato un valzer (parliamo della festa per il centenario delle scuole elementari di Casone, quindi un ventennio fa, più o meno) è una preparatissima ricercatrice in neuroscienze che ha scelto di lasciare l’Italia per crescere professionalmente e cogliere nuove opportunità.

Ciao Lorenza! Prima di tutto grazie di aver accettato di scambiare quattro chiacchiere insieme a noi. Per prima cosa come stai? Dove sei in questo momento?

Qui tutto bene, ormai vivo a Londra da quasi due anni.

Parlaci un po’ di te, qual è stato il tuo percorso accademico e/o professionale qui in Italia?

Il mio percorso accademico è ancora in corso e credo lo sarà ancora per un bel po’.

Dopo il diploma in Tecnico di Laboratorio Chimico Biologico all’Istituto Torno di Castano Primo mi sono iscritta alla facoltà Triennale di Biologia all’Università degli Studi di Milano.

La passione per le neuroscienze era ormai una certezza e per questo mi sono poi iscritta alla Facoltà di Neurobiologia all’Università degli Studi di Pavia.

Ho avuto modo, durante questi cinque anni di scrivere due tesi sperimentali dopo un periodo trascorso nei laboratori dell’Università degli Studi di Milano e al San Raffaele e poter far parte della vita di laboratorio ‘italiana’.

Fare ricerca in Neuroscienze però è ciò che voglio fare nella vita, ma non in Italia.

La tua sembra essere una scelta chiara e definita. Spiegaci come mai  hai deciso di trasferirti all’estero…

Dopo la laurea Magistrale ho deciso di andare all’estero per imparare l’inglese e vedere come la ricerca e’ svolta in laboratori non italiani e ho trascorso circa un anno e mezzo come Visiting Student a Cold Spring Harbor Laboratory, New York.

Ho avuto la possibilità di essere esposta ad un ambiente dinamico, multiculturale e pieno di stimoli ed idee.

Ho poi deciso di iniziare un PhD in neuroscienze e mi hanno assunto a Lisbona allo Champalimaud Centre for the Unknown  dove il supervisor con cui volevo fare il mio PhD lavorava.

Da quasi due anni mi trovo a Londra in quanto ho seguito il mio capo qui.

Il PhD dura cinque anni e lo finirò in Inghilterra al Sainsbury Wellcome Centre for neural circuits and behaviour, un nuovo istituto che e’ parte di UCL.

Mi occupo di comportamento ed elettrofisiologia.

Le differenze più significative che hai trovato con l’Italia?

Sono stata molto fortunata in quanto ho lavorato in istituti di eccellenza nel mio campo e le differenze principali che ho potuto notare e vivere riguardano in particolare la disponibilità economica, l’importanza che viene data al ruolo della ricerca e la multiculturalità.

La presenza di fondi promuove lo sviluppo di idee, anche delle più particolari e rischiose ma queste esperienze mi hanno dato modo di vedere come la ricerca possa avere un grande sviluppo e possa progredire in quanto le idee possono veramente essere esplorate ‘senza limiti’.

Come detto sono stata fortunata nel capitare in queste realtà e probabilmente non e’ così in tutti gli istituti.

Una cosa che ti manca? Il cibo sembra essere tra le risposte più gettonate…

Manca anche a me il cibo e il clima visto che vivo a Londra. Mi mancano anche le persone che hanno fatto parte della mia realtà quando ero in Italia in quanto avendo cambiato molte città negli ultimi anni è stato molto difficile instaurare relazioni importanti e durature.

Vista la tua esperienza all’estero cosa pensi che manchi qui da noi per poter sviluppare un percorso come il tuo senza doversi allontanare?

Credo in Italia manchi un pensiero collettivo che dia importanza e valore alla Ricerca, alle ore infinite spese in laboratorio dove gli esperimenti non sempre funzionano ed è estremamente frustrante. Il piccolo contributo dato da noi scienziati può davvero portare a nuove scoperte le quali potranno essere di aiuto a tutti.

L’ambiente in Italia, basandomi sulle mie esperienze, non mi sembrava stimolante e innovativo ma ovviamente il mio campione e’ limitato alle mie poche esperienze.

Per concludere, la domanda che facciamo a tutti qualche progetto per il futuro che puoi svelarci?

In futuro spero di finire il mio PhD scoprendo qualcosa per poi pubblicare un articolo rilevante. Dopo il PhD credo resterò in accademia ancora un po’ e proverò a cercare una posizione da postdoc da qualche parte nel mondo.

Lo scopo finale sarebbe di aprire il mio laboratorio e lavorare su ciò che più mi interessa ma non sono ancora certa di voler raggiungere questo obiettivo.

Baby steps!