comunicazione educata, nonno con bambino

Mio nonno era una di quelle persone che non parlava quasi mai. 

Penso di averlo visto urlare una o due volte al massimo.

Eppure quando proferiva parola lasciava il segno. Lo faceva in modo incisivo ma mai sopra le righe.

Il suo linguaggio era fatto di modi dire (te li “traduco” in italiano corrente anche se perdono un po’ di fascino, potresti provare a riportarli nel tuo dialetto per essere più coerente alla situazione).

“Ricordati cosa c’è attaccata alle spalle mi ripeteva sempre quando mi vedeva uscire di casa. Lo ha fatto anche l’ultimo giorno per essere sicuro che non mi dimenticassi di avere sempre con me una testa da usare per prendere le decisioni più sagge.

Il muto sconfigge il matto invece era l’espressione che ripeteva sempre in occasione delle discussioni. Le persone arrabbiate difficilmente sono disposte ad ascoltarle: a quel punto meglio il silenzio e lasciar passare la tempesta.

Infine c’era una terza frase che ripeteva spesso: “L’educazione non si compra ma ti porta dappertutto”Sarà anche per questo che ho sempre l’abitudine di augurare “buon lavoro” a tutte le persone che incrocio nella quotidianità..

Parole sante Natale (sì, mio nonno si chiamava proprio così).

Ma la cosa più interessante di tutte era che non usava mai un tono paternalistico. 

Ripeteva questi “mantra” ogni tanto, in modo costante, cadenzato, solo quando ce n’era davvero bisogno.

Senza urlare, senza sbraitare, nel modo più gentile possibile.

Il risultato è che oggi, a 32 anni, ricordo tutte queste frasi. E come me tutti i membri della famiglia.

Ma cosa c’entra tutto questo con il marketing?

In questi giorni di secondo lockdown ho provato a connettere questo suo modo di comunicare con la mia professione.

Ne è nata una riflessione che penso sia interessante condividere con te.

Di quale comunicazione abbiamo davvero bisogno?

In queste settimane sto ponendo molta attenzione al mio feed di Facebook.  

Sto cercando “forzare l’algoritmo” frequentando tanto i peggiori siti di trash quanto quelli delle più alte istituzioni culturali per avere accesso ai contenuti più ampi e variegati possibili.

Tralasciando i contenuti spazzatura e i nuovi virologi di quartiere, ma anche letture e approfondimenti di prime firme della cultura e letteratura contemporanea, mi sono soffermato più di tutto sulle comunicazioni di professionisti, realtà locali e aziende che stanno affrontando un momento davvero difficile.

La cosa che più mi è saltata all’occhio è l’omologazione.

Non parlo di forme e formati: per quello il marketing e le sue piattaforme hanno le loro regole ed è giusto rispettarle.

Parlo di farlo senza metterci testa e cuore.

Sto facendo riferimento a palesi tentativi di seguire le strategie che il marketer di turno ha venduto al suo corso.

Non fraintendermi: ho messaggi veramente fighi (si può scrivere vero? Nel caso leggi “cool”, anche se così sento le urla di Maestro Graziano arrivare direttamente da Roma. Perdonami).

Non sto dicendo sia sbagliato, anzi. Se segui queste strategie probabilmente otterrai anche importanti risultati.

Ma sei davvero sicuro che sia questa la strada giusta da seguire per te nel lungo periodo?

L’idea che mi sono fatto è che, a volte, quella che serve sia una comunicazione educata.

Una comunicazione educata

Non so se qualcuno abbia già usato questa terminologia.

Sinceramente non sono nemmeno andato a cercare su Google.

Trovarla mi avrebbe rovinato quel senso di ebbrezza che si prova solo in quei rari momenti in cui pensi di aver avuto l’intuizione del secolo (non so se ti sia mai capitato ma è davvero gratificante).

A prescindere da eventuali predecessori, ecco le 3 caratteristiche che per me rendono una comunicazione educata.

Una comunicazione gentile

La comunicazione educata è una comunicazione gentile.

Niente urla da “strascé” come direbbe mia nonna.

No ai toni sensazionalistici, alle ricette magiche, al “fallo subito altrimenti non avrai una seconda occasione”. 

La comunicazione educata è gentile, rispettosa.

Deve essere come quel bambino che prima di entrare in casa bussa alla porta, non la spalanca a calci.

Chiediamo il permesso ai nostri utenti di parlare con loro, di raccontare qualcosa di noi, di condividerlo.

Facciamolo con tono sincero ma assertivo.

Gentili non significa deboli ma convinti delle proprie idee. 

Consapevoli del fatto che imporle probabilmente non servirebbe a nulla ma altrettanto sicuri di credere davvero in quello che stiamo facendo e dicendo.

Una comunicazione che educa

Educare deriva dal latino ed è il composto di: E (da) +  ducĕre condurre, trarre.

La comunicazione educata deve “tirare fuori qualcosa”. 

E lo deve fare sia da chi scrive/parla che da chi ascolta.

Nella mia testa la comunicazione educata gioca sulle emozioni, sulla capacità di raccontare veramente con parole e immagini chi sei e cosa ti rende unico.

Un modo raccontarsi che sappia anche tirare fuori qualcosa dall’utente.

L’obiettivo è educare, appunto, il destinatario di un messaggio.

Una persona più consapevole, informata, che in futuro ti scelga non solo per il prezzo o per il prodotto/servizio che offri ma per ciò che gli hai trasmesso di te e che gli è stato utile.

Una comunicazione in profondità

La comunicazione educata infine è una comunicazione che passa per i contenuti e si basa su dei valori.

Basta patchwork di articoli già scritti, copia e incolla di definizioni del dizionario o di wikipedia.

Il successo della comunicazione oggi passa dalla sua unicità, dal valore aggiunto che le persone e i professionisti come te possono mettere in tutto quello che fanno e raccontano.

Il tuo vissuto, la tua esperienza, i tuoi errori e perché no, i tuoi successi: tutto questo può rendere unico il contenuto di un messaggio.

Il tuo comportamento può avere un impatto positivo sul mondo che ti circonda, qualunque sia la tua professione.

Se hai un’azienda o se sei un libero professionista ma anche solo se vuoi comunicare online un tuo hobby hai dentro di te dei valori unici.

Sono questi quelli da coltivare con messaggi positivi, impegnati.

La comunicazione educata va in profondità, di chi scrive, di ciò che scrive e di chi ascolta.

Non credo sia una strada facile

Lo ammetto. 

Non credo che la strada della comunicazione educata sia facile da perseguire (non so nemmeno se sono riuscito a spiegartela… me lo farai sapere).

Anzi. Forse è proprio il contrario.

Costruire questo tipo di messaggio richiede tempo, impegno, sacrifici (insomma cose che a nessuno piace fare con leggerezza).

Presuppone mettere in gioco qualcosa di noi stessi.

Richiede pazienza, capacità di ascolto e di analisi.

Soprattutto impone lo sforzo di indagare e conoscere se stessi per trasmettere all’esterno ciò che ci rende unici.

Simon Sinek parla di scoprire il tuo perché.

Non è una strada semplice: il più delle volte non abbiamo con noi una bussola a indicarci il nostro Nord.

Ma forse, in un mondo in confusione, incerto, caotico, omologato, quello che serve affinché le persone ti scelgano è questo tipo di comunicazione.

Di quella che usava mio nonno.

Pochi concetti chiave che rappresentavano il suo modo di pensare.

Frasi lasciate cadere a ritmo costante come una goccia di pioggia che cade lentamente per riempire il secchio abbandonato nel pozzo vuoto.

Educatamente, silenziosamente, gentilmente ma costante, incessante e convinta di poter riempire tutto quel vuoto.

Una comunicazione che continua finché il secchio sarà pieno e pronto a innaffiare il terreno che sta intorno in modo che possa dare i suoi frutti

In fondo con me ha funzionato: a furia di cadere le gocce hanno lasciato il segno (se positivo o negativo lo scopriremo…)

E se funzionasse anche con i tuoi clienti?

Forse con la buona educazione si può ancora andare dappertutto, o almeno io ancora ci credo.

× Scrivimi