Conosco Marta come grande appassionata di fotografia e soprattutto come campionessa di twirling, una disciplina simile alla ginnastica ritmica e artistica che si caratterizza per l’utilizzo di un “bastone”. Il nome stesso deriva dal verbo inglese “to twirl”, “far ruotare”.
Marta vive a Londra da cinque anni e ne ho approfittato per chiderLe di raccontarci la sua esperienza in quella che per molti è la destinazione per eccellenza dello stereotipo dell’italiano in fuga.
Le storie di ragazzi che cercano fortuna a Londra sono tante e ognuna presenta le sue peculiarità.
Il successo, la realizzazione dei propri obiettivi non dipendono però solo dal contesto e della Nazione ma anche, e soprattutto dal carattere, dalla determinazione e dallo spirito di sacrificio di ognuno, perché senza carattere e passione difficile arrivare dove si vuole.
Leggendo questa intervista capirete sicuramente di cosa sto parlando: la storia di Marta è un esempio di tutto questo.
Ciao Marta! Prima di tutto grazie di aver accettato di scambiare quattro chiacchiere insieme a noi. Per prima cosa parlaci un po’ di te, qual è stato il tuo percorso accademico e/o professionale qui in Italia?
Dopo 5 anni di Liceo Artistico a Novara, decisi di continuare nel campo artistico iscrivendomi all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Il corso di studi era Grafica d’Arte dove pensavo (essendo il 2008) che a fianco delle tecniche grafiche tradizionali avrei imparato tecniche digitali. Alla fine del terzo anno ero molto delusa dall’approccio alle materie da parte dei professori (oltretutto la mancata esperienza nel campo).
A livello professionale non ho molte esperienze in Italia. Qualche lavoro per bar della zona come barista e 4 anni (2008-2011) come babysitter. Nell’estate tra il quarto e quinto anno liceale, tramite la scuola ho lavorato come stagista, non retribuita e non rimborsata, per Spazio Papel Milano. Uno spazio dedicato all’illustrazione. Le mie responsabilità erano riordinare l’inventario di artisti e opere ma anche organizzare ed assistere agli eventi, con ideazione dei volantini, stampa, ecc.
Come mai hai deciso di trasferirti all’estero e perché proprio a Londra?
Ho deciso di trasferirmi all’estero per avere più opportunità lavorative (trovare la mia strada) ma anche perché ho sempre voluto fare un’esperienza fuori dagli ambienti che ho sempre frequentato ed imparare la lingua inglese (che non ho mai studiato durante gli anni scolastici). Ho lasciato l’accademia prima di conseguire il diploma per venire a Londra.
Londra perché in quanto ad opportunità (parlo di 5 anni fa) era il posto dove andare. Londra da una buona impostazione e training per la vita.
Ci puoi raccontare qualcosa della tua esperienza professionale all’estero? Di cosa ti occupi oggi?
Approdata a Londra nel lontano Aprile 2012 (sembrano passati anni luce), ho iniziato a lavorare come lavapiatti in una catena di ristoranti di lusso – Hakkasan. Il trauma del “non capisco niente” e del “non so come farmi capire”, è stato un po’ pesante ma passo dopo passo rimanendo positiva sono riuscita a superare il primo anno.
Dal retro cucina mi spostarono alla reception del ristorante dove prendevo prenotazioni, facevo accomodare i clienti e chiudevo le casse alla fine della serata.
Londra da e Londra toglie. Quello che di più Londra mi ha tolto è il TEMPO. I ritmi di quella che qui chiamano hospitality industry, sono massacranti toccando anche le 60 ore settimanali. La paga era buona ma con l’aumento degli affitti era difficile campare. In più i viaggi tra lavoro e casa posso coprire distanze di ore. Un’ora e mezza in bus alle 3 del mattino dopo 10 ore di lavoro alle spalle è veramente pesante.
La “fortuna” è stata di non trovare molti italiani sulla mia strada e le regole erano che 24 ore su 24 si parlasse strettamente inglese. Quindi non ho avuto scampo se non imparare a farmi capire e a capire tutti i vari tipi di accenti, dallo scozzese stretto alle cadenze dell’est Europa e oltre.
Dopo poco meno di 1 anno di esperienza in Hakkasan ho deciso di cambiare per un salario e orario migliori. Mi presero in un altro ristorante in Mayfair la zona “posh” di Londra (una Montenapoleone inglese). Qui svolgevo più responsabilità come Head of Reception. Il posto non era molto grande e le possibilità di crescita molto poche.
Dopo 10 mesi decisi di cambiare di nuovo. Trovai lavoro come Receptionist/Amministratrice per un club di tennis privato. Gli orari erano migliori, iniziavo a lavorare al mattino molto presto e finivo alle 2:30 del pomeriggio. Le mie responsabilità qui erano un misto di contabilità e amministrazione. Mi occupavo delle memberships e di tutti i pagamenti. Durante I mesi di lavoro per questo club ho avuto modo di conoscere e di confrontarmi con persone di successo da managers in JP Morgan a Royals.
In contemporanea per mesi ho fatto altri due lavori part-time. Nei weekend ero assistente di studio per uno studio fotografico in centro e la sera del venerdi o il sabato lavoravo in un ristorante Giapponese (Ippudo) come reception Manager. Ero stata coinvolta in questo lavoro da un amico americano conosciuto per caso anni prima, lui era manager di uno dei loro ristoranti a New York. Gestivo un piccolo team di 3 ragazze. Mi è particolarmente piaciuto lavorare per Ippudo, la sua particolarità era che tutto lo staff del ristorante doveva saper parlare (anche solo le basi) di Giapponese (si, ho dovuto imparare anche quello).
Ho dovuto lasciare tutti e tre i lavori quando ho deciso di ricominciare gli studi, questa volta con una laurea serale in Business. Inizia il mio percorso di tre anni di studio in Ottobre 2014.
Trovai lavoro come corporate receptionist per Lebara. Una compagnia di telecomunicazione molto grande. Insomma, ufficialmente il mio primo lavoro d’ufficio. Ogni giorno era follia, si correva a destra e sinistra, telefoni che squillavano in continuazione e clienti super arrabbiati che chiamavano pensando di aver composto il numero del servizio clienti. Il mio percorso è durato ben poco a Lebara, correvo tutto il giorno ma avevo occasione di imparare ben poco. Quindi decisi di cambiare di nuovo per qualcosa che mi aprisse più porte in futuro.
E finalmente arriviamo ad Agosto 2015 dove ho trovato lavoro nella compagnia per la quale lavoro ormai da 2 anni. BJSS é una compagnia di consulenze IT. L’azienda é medio-grande e molto dinamica, si sta espandendo sia in Inghilterra che America dove ha già un ufficio in Wall Street a New York da anni. Lavoriamo con molti clienti dalla finanza alla vendita al dettaglio (penso questo sia il termine in italiano, in inglese é retail). Ho iniziato come amministratrice di ufficio. A due anni di distanza ora lavoro in marketing e mi occupo di comunicazioni interne, organizzo, svolgo e partecipo a workshops di ogni genere. Faccio riprese per video e slides da presentare ai clienti, sono editore della gazzetta settimanale interna della compagnia e molto altro. Ultimamente sto partecipando a un progetto Artificial Intelligence Academy, mi occupo di UX Design. Insomma ho le giornate piene.
Le differenze più significative che hai trovato con l’Italia?
In Italia un percorso come quello che ho fatto io in 5 anni qui, non esiste. É impossibile. La precarietà é estenuante e il governo non supporta start-up che sono la base di una sana economia.
Tutti i miei contratti erano legali e a tempo indeterminato, con periodi di prova da 3 a 6 mesi. Il duro lavoro ma anche la tenacia vengono ripagati se non dall’ambiente lavorativo almeno dall’accumulo di un CV sostanzioso.
I colloqui sono basici ma quello che le compagnie cercano (dai ristoranti all’IT) sono persone appassionate e pro-attive.
C’e’ sempre una porta aperta per chi dimostra di essere un beneficio per la compagnia anche se con poca esperienza alle spalle.
Una cosa che ti manca dell’Italia? Il cibo sembra essere tra le risposte più gettonate…
Beh, si il cibo soprattutto e la tranquillità! Qui non c’e’ veramente un attimo di tregua e le persone vengono
e vanno molto rapidamente è difficile instaurare rapporti di amicizia duraturi.
Gli affitti sono spropositati e in genere i prezzi sono alle stelle. Ma non ho molto per comparare Italia vs Londra. In Italia abitavo con I miei e non pagavo affitti o bollette. Ero molto più rilassata. Penso che ovunque se hai un lavoro la vita può diventare stressante 🙂
Ne approfitto per una domanda che in tanti ti avranno già posto: questa famosa “brexit”? C’è davvero aria di cambiamento?
La situazione, su tutti i fronti è molto tesa, non tanto riguardo i cambiamenti. Specialmente politicamente. Ho fatto il mese scorso la
richiesta per cittadinanza e ci sono attualmente circa 170,000 richieste in corso ed è tutto in attesa (estesa per due anni).
Londra fu uno dei centri con la maggioranza di NO per il Brexit quindi tra le persone non c’è molta differenza. O per lo meno, non ancora. Penso che il tutto scoppierà quando sarà definita la trattativa di uscita.
Qualche progetto per il futuro che puoi svelarci?
Ho finito tutti i corsi universitari, sto per laurearmi ed inizierò a breve la stesura della mia tesi di laurea. La mia ricerca sarà costruita seguendo questa domanda: “What are the benefits and challenges of implementing Artificial Intelligence on e-Commerce with reference to buyer behaviour?” (Quali sono i benefici e le sfide di implementare l’intelligenza artificiale negli e-commerce in riferimento ai comportamenti del consumatore)
Per quanto riguarda la mia carriera non so ancora. Mi piacerebbe lavorare come Digital Strategist / UX Designer. Ma voglio prima concentrarmi sulla tesi. Diciamo che Londra non è la tappa finale, o almeno cosi è ciò che immagino, poi i piani cambiano sempre con gli anni.
Il goal sarebbe San Francisco ma anche tornare in Italia e’ un’opzione. Di certo non Milano. Magari Roma, o centro Italia. Sentendo amici da quelle parti la situazione è un po’ più evoluta.