lezioni per freelance, in attesa di speaking

Dicono che cinque anni sia un buon lasso di tempo per tirare le somme della propria esperienza da libero professionista.

Anzi, in realtà si dice che quando avvii un progetto personale la prima domanda a cui dovresti saper rispondere è: “come mi vedo da qui a cinque anni?”

Quando questo lustro è iniziato, non avevo la più pallida idea di cosa sarebbe successo.

In tutta sincerità, ripensandoci ora, non avevo in testa un vero progetto o un’idea imprenditoriale.

Ero più animato dal desiderio di cambiamento, qualunque esso fosse.

“Non trovavo pace e non avevo da far guerra, per citare Petrarca, ma ne sentivo il bisogno (si parla per metafore eh).

Ecco perché, a cinque anni dall’inizio della mia esperienza da freelance, le somme che posso tirare sono solo quelle dell’unico progetto di fondo di questa esperienza: migliorare me stesso, come persona e come professionista.

Il valore di ciò che ho imparato è inestimabile e sono veramente in difficoltà a razionalizzare…

Potrei parlarne per ore ma provo a raccontarti (e forse anche raccontarmi) cinque punti.

Uno per ogni anno di libera professione.

1. L’importanza del prendersi cura del proprio benessere psicologico

Perché parto da qui?

Perché lo ritengo IL PUNTO fondamentale.

Il percorso di costruzione di un nuovo mindset è stato, ed è ancora, cruciale per me in questi anni.

Se gestisci un progetto completamente da solo, impari presto come dietro a ogni lavoro ci sia un mondo di cose fare e soprattutto di decisioni da prendere.

Dalle più piccole alle più complesse: ogni giorno ti trovi davanti a delle scelte.

Devi pensare a cercare i clienti, a preparare preventivi, gestire eventuali collaboratori, rispettare le scadenze… il tutto restando produttivo e senza smettere di formarti 😉

In questa cinque anni ho vissuto su delle montagne russe emotive.

Dalla gioia per nuovi progetti o la soddisfazione per dei feedback positivi, a sentimenti di frustrazione, impotenza, stress, rabbia…

Ci sono stati (e penso continueranno a esserci) errori e momenti di sconforto.

Insomma, “ma chi me lo ha fatto fare” è qualcosa che ogni tanto rimbomba nella testa.

It takes a fool to remain sane”, cantavano The Ark nel 2000…

Per sopravvivere a tutto questo non servono solo le competenze: hai bisogno di un tuo equilibrio mentale.

Imparare a conoscermi in profondità, riconoscere i punti di forza, accettare che esistono fattori che non posso cambiare e lavorare dove posso crescere, ha radicalmente cambiato il mio modo di pensare.

Forza mentale e conoscenza di sé possono fare tutta la differenza del mondo, nell’approcciarsi al lavoro ma anche alla vita.

Il mio consiglio? Se ne senti il bisogno, non aver paura di rivolgerti a uno psicologo.

Ti aiuterà a guardare tutto con una prospettiva diversa.


2. Fatto è meglio di perfetto

Sono sempre stato una persona ben organizzata (anche se a vedere il desktop del mio Mac non si direbbe).

Non solo: ho sempre cercato la perfezione in qualunque cosa facessi (ho anche una leggera ossessione per il controllo, o almeno così mi dicono).

In questi cinque anni, ho dovuto per forza di cose scontrarmi con una severa ma giusta realtà: la perfezione spesso è il maggior ostacolo all’azione.

All’inizio mettevo online un sito, un post, una rubrica solo quando erano perfette. Passavo ore e ore a scegliere una parola…

Ho imparato però che così facendo avrei finito per danneggiare me stesso.

Nel mondo digitale (forse non solo) se hai un’idea o un progetto è bene sempre definire una deadline e rispettarla.

Non importa se l’articolo non è perfetto, se manca quel paragrafo che avresti voluto inserire o se quel post non ti soddisfa al 150%. Potrai sempre migliorarlo.

Hai bisogno di testare, di sbagliare, di comprendere e sviluppare nuove dinamiche.

L’esperienza non si compra e senza l’azione è difficile anche pensare di costruirla.


3. Sono le persone a fare la differenza

In questi anni ho seguito clienti dei più svariati settori: liberi professionisti del campo medicale, piccole e medie imprese, fondazioni, organizzazioni no profit e tanto altro…

Cos’hanno in comune tutte queste attività?

Da qualunque parte tu decida di guardarle sono fatte di persone.

Non solo il libero professionista, il medico, l’avvocato…

Anche le grandi aziende, gli enti più strutturatitutte, nella loro vera essenza, sono la somma delle persone che le compongono.

E anche i social network sono fatti di persone.

Su Facebook o su Instagram troviamo le stesse persone che incontriamo (parentesi pandemica in corso a parte) in strada, nel negozio sotto casa o quando andiamo a scuola o in ufficio.

Ogni volta che ho fatto in modo che le persone si raccontassero, narrassero in prima persona di sé e del loro lavoro, i risultati sono sempre arrivati.

Certo, serve molta più pazienza e lungimiranza, ma le persone si fidano delle persone.

Per questo ho scelto di non vendere “web al chilo”, come mi disse qualcuno qualche anno fa.

Oggi vedo tanti giovani social media manager fare di tutto per costruire la situazione perfetta, per rispondere a dei canoni imposti dall’esterno o perché “deve essere fatto così”.

Online dovremmo impegnarci di più per raccontare le persone piuttosto che a costruire personaggi.


4. Il digitale non è per tutti… ma c’è sempre da imparare da tutti.

Seth Godin, uno dei miei punti di riferimento quando si parla di Marketing, parla della falsa promessa di Internet.

Il fatto che sia facilmente accessibile e che qualcuno abbia successo, non significa che questo valga per tutti.

Soprattutto negli ultimi 18/24 mesi, ho visto persone affacciarsi al mondo del web e del digitale per il desiderio di “diventare ricchi” o “essere famosi”, oppure perché “se lo fanno loro, perché non potrei saperlo fare io”.

La verità è che non è così: non basta un cellulare per costruire un progetto digitale.

Servono competenze, dedizione, creatività e tanto, tanto altro…

Questa falsa promessa è uno dei rischi più grandi della rete.

Per questo sostengo l’importanza di inserire l’educazione digitale anche nelle scuole (e non solo!)

Ma la cosa bella del web è che si può sempre imparare dagli altri se ci si approccia con umiltà.

Nei primi anni della mia esperienza sprecavo ore a criticare professionisti (o presunti tali) che si esponevano online vendendo ricette magiche e miracolose per il successo.

Poi ho capito che (mettendo da parte per un attimo l’aspetto valoriale) a parlare era l’invidia.

Per un introverso come me, emergere in questo mondo è difficile.

Per questo ho imparato a delineare la mia strada, quella più adatta alle mie esigenze per comunicare online e così faccio con i miei clienti.

Per comunicare bene, dobbiamo fare ciò che ci fa sentire bene.

Come dice Seth Godin: “poiché una buona parte delle volte non diventerete virali, vale la pena di produrre lavori di cui siete orgogliosi, anche se alla fine non saranno un successo”.


5. Impara a misurare il successo con il tuo metro

Se alla fine di cinque anni bisogna tirare una somma quale parametro di riferimento dovrei prendere per capire se sono sulla strada giusta?

Ho visto e letto professionisti misurare il proprio successo in base al fatturato (che poi dovresti considerare l’utile, ma questa è tutta un’altra storia) oppure al numero di clienti.

Qualcuno prende in considerazione il lifetime value o il retention rate.

Qualcun altro il numero di follower o la dimensione della tua community.

La mia esperienza mi ha insegnato che il successo o meno di un progetto, di una campagna, di una iniziativa promozionale è sempre commisurato alle aspettative.

Dobbiamo imparare a valutare il successo di un progetto in base agli obiettivi che ci eravamo posti, al budget che avevamo a disposizione e a un’infinità di altre variabili.

Non bisogna mai dimenticare nemmeno il punto di partenza.

Per quanto mi riguarda, il più grande traguardo che sento di aver raggiunto è quello di essermi costruito una mia identità comunicativa.

Ho scelto un modo di comunicare e lo adatto alle esigenze delle persone e questo mi ha permesso di incrociare nel tempo sempre più progetti affini a queste caratteristiche.

La mia è, e continuerà a essere, la filosofia della “comunicazione educata”.

Cinque anni da digital freelance: una (prima) conclusione…

Alla libera professione ci sono arrivato un po’ per necessità, un po’ per scelta.

Il mio rapporto con il mondo del lavoro è sempre stato controverso.

Come tanti ragazzi della mia generazione sono passato da un contratto a progetto a un altro fino a quando non ho deciso che il mio futuro avrei provato a crearmelo da solo, almeno per un periodo della mia vita.

Cinque anni fa ho iniziato questa esperienza perché sentivo che era la cosa giusta per me, perché sapevo che era la parentesi migliore per provare a superare i limiti e le circostanze che mi bloccavano (oppure semplicemente perché sentivo di avere un vuoto da colmare e ho trovato nel lavoro la risposta).

Questa esperienza mi ha dato veramente tanto ma non posso dire che non mi abbia tolto altrettanto.

Molto di quello che faccio oggi l’ho imparato da autodidatta. Se non hai particolari talenti, li puoi sostituire con sacrificio, dedizione e tanta forza di volontà.

Ho scelto un approccio comunicativo focalizzato sul rapporto personale, sulla costruzione di narrazione, sulla produzione di contenuti di valore e unici per ogni mio cliente.

Eppure, nonostante le settimane consecutive senza poter staccare, i weekend trascorsi al PC e i momenti di sconforto, ringrazio il cielo per aver fatto quel passo.

Questo lavoro mi ha portato a crescere personalmente e professionalmente, a conoscere persone incredibili e da cui imparare ogni giorno.

Se la felicità si trova nell’apprezzare le piccole cose, come dice Giuseppe di Progetto Happiness (a proposito di incontri speciali), andare a letto la Domenica senza l’ansia del Lunedì mattina e svegliarmi il lunedì senza contare le ore che mi separano dal weekend è oggi la mia personalissima ricetta della felicità.

Qualche giorno fa una persona mi ha chiesto: “pensi che riuscirai a reggere tutto questo ancora per molto e resterai libero professionista per tutta la vita?”

La mia risposta è “non lo so”, perché se c’è un’ultima cosa che ho imparato davvero è che non si può “mai dire mai”.

Quel che è certo è che qualunque cosa succeda vorrò continuare a fare quello che faccio:

lavorare con passione per aiutare le persone a raccontarsi e dare il mio contributo per costruire una società migliore perché, per entrambe le cose, non serve per forza avere una vita fuori dal comune.

A volte bastano poche cose, ma fatte bene, credendoci davvero.